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Il Palazzo

Il nuovo Palazzo di Giustizia di Pesaro è una delle ultime opere dell'architetto Giancarlo De Carlo, uno dei maestri dell'architettura contemporanea, recentemente scomparso.

Tra le sue architetture questa singolare opera è sicuramente quella che meglio esprime il rapporto, sempre investigato da De Carlo, tra modernità e tradizione, identità e differenza.

Il laterizio utilizzato è il "Bipedales" romano (dimensioni cm 59x59x3,5) uno degli elementi dell'architettura romana classica, che meglio di altri mostra i segni di una continuità non ancora interrotta con le epoche successive, Dopo aver caratterizzato l'ingegneria civile nel passaggio dall'età repubblicana a quella imperiale infatti, il Bipedale è arrivato ai giorni nostri, riproposto nelle stesse forme, dimensioni e metodo produttivo rigorosamente a mano, prestandosi a usi applicativi moderni.

Nel Palazzo di Giustizia, così come nei rivestimenti parietali pompeiani (Terme Stabiane I sec. d.C.) il Bipedale romano diviene elemento di rivestimento.

Come osserva anche De Carlo, la pregevole e mirabile qualità del cotto è di aver attraversato tante epoche e di essere stato moderno in ciascuna di esse.

Il nuovo Palazzo di Giustizia di Pesaro è un edificio dalla esemplare semplicità capace di veicolare con immediatezza i propri contenuti d'uso e i propri aspetti formali in una comunicazione diretta del suo ruolo istituzionale, espresso in una chiave sobria e nello stesso tempo autorevole. Una chiave che è amichevole almeno quanto è in grado di evocare l'intreseca severità di una delle funzioni pubbliche più alte.

La semplicità architettonica del Palazzo di Giustizia di Pesaro, deriva in prima istanza dalla tipologia che l'ha ispirata.

L'edificio, che si pone come una cerniera, tra tessuti antichi e recenti, un nodo urbano chiamato a essere protagonista di importanti assetti futuri, costituisce in effetti una riproposizione planimetricamente esatta del tipo codificato del palazzo – nella fattispecie del palazzo rinascimentale – di cui riprende non solo la struttura ma soprattutto l'aura.

Da intendere, questa, come allusione a una particolare atmosfera architettonica, ovvero quel contenuto collettivo e sempre monumentale, anche se in modo dimensionalmente trattenuto, che è sempre associato alla forma tipologica del palazzo come misurato raccoglimento degli ambienti attorno a un centro gravitazionale, in un sottile gioco di allontanamenti e di avvicinamenti di membrature e di spazi.

Basato su una pianta quadrata, alla quale è anteposta una fascia rettangolare, l'edificio è organizzato da una coppia di assi ortogonali alla cui si estremità sono collocate quattro scale, due delle quali più ampie.

In questo modo il quadrato non è isorientato ma subisce una gerarchizzazione lungo la direzione longitudinale coincidente con l'asse maggiore del rettangolo di piazzale Carducci.

Le due scale maggiori, destinate al pubblico, si propongono come macchine spaziali, dalla notevole suggestione scenografica, che sezionano visivamente la grande fabbrica mettendo in evidenza la stratificazione orizzontale dei piani, nonché la successione verticale dei cinque livelli.

La corte interna coperta – un cortile cinquecentesco reiventato con un preciso senso delle proporzioni – è il cuore dell'edificio.

Su di essa si affacciano tre ordini di ballatoi che distribuiscono i vari ambienti. Lineari, concavi e convessi, i loro profili comprimono e nello stesso tempo dilatano la cavità centrale movimentandone l'essenziale geometria cubica, che risulta per questo sottoposta a una vigorosa torsione topologica. Dalla base questo vasto spazio interno sorge una struttura in acciaio – un fiore gigantesco o un calice rivolto al cielo o ancora due mani aperte verso l'alto a raccogliere la luce – che ospita la biblioteca.

Questa leggera struttura emerge da un ombroso giardino posto alla base della corte coperta.

Protagonista di questo spazio raccolto, ma al contempo vibrante di tensioni plastiche, è la luce che penetra dall'alto, catturata da una poetica propaggine conica del fiore metallico dalla copertura–lucernario, ma anche dalle grandi scale.

La simmetria governa tutto l'impianto ma è sottoposta a una serie di contestazioni radicali che ne mettono profondamente in crisi l'assertività. Osservando la pianta si può notare la sapiente distribuzione dei pilastri, non collocati in modo uniforme lungo il perimetro della corte interna, ma disposti secondo una logica articolata, attenta alle più minute esigenze funzionali, risolte sempre con l'attivazione di aree topologicamente sensibili, che inverano con esattezza le varie e diverse situazioni che si vivono negli ambienti del Palazzo di Giustizia.

I pilastri sono a volte assorbiti nelle quinte murarie, a volte liberi a costruire diaframmi trasparenti.

In particolare, i sei pilastri dell'in ingresso posto sul lato sud–est del Piazzale Carducci si schierano con intervalli diversi formando una vera e propria controfacciata, una sorta di portico interno che esalta il ruolo della scala come nodo spaziale, inquadrandola in una serrata sequenza di punti di vista prospettici.

Il forte basamento, che avanza verso il piazzale Carducci, si piega in una vetrata in clinata che contraddice la sua funzione ideale di sostegno; l'aggetto vetrato che solco la facciata, e che si conclude con il balcone circolare, sposta a un'estremità della facciata stessa il centro visivo del volume alterandone l'equilibrio gravitazionale; la stessa merlatura terminale che corona il muro del giardino pensile insidia definitivamente la massa del manufatto dissolvendolo nel cielo; le bucature delle quattro pareti del volume raccontano con regolarità, ma anche con qualche scarto dimensionale, lo distribuzione in terna dei vani; il fortificarsi dell'edificio sul fronte dell'ingresso principale, sul quale sono sistemate le aule giudiziarie, crea l'effetto di un recedere del tipo del palazzo a quello del castello come se il manufatto volesse incorporare in una sua parte la compattezza edilizia della città storica che lo fronteggia.

Questo ispessirsi della fabbrica fa anche pensare però al sentirsi l'edificio un antemurale alla stessa densità del centro come a qualche cosa da cui difendersi.

C'è da aggiungere un'ultima considerazione a quanto detto finora.

Il basamento con le vetrate inclinate, che ospita le aule giudiziarie, si fa trasparente metafora del fatto che è nell'ambito del confronto dibattimentale che si fonda la giustizia, e non tanto nel suo dotarsi di grandi apparati tecnico–amministrativi.

Per questo il grande volume rivestito in cotto si appoggia proprio sull'avancorpo delle aule giudiziarie sospendendosi sul loro vuoto suscitando un sottile effetto destabilizzante.

Dialogando a distanza con il Palazzo Ducale di Urbino, di cui riprende lo straniato carattere fiabesco, come di un apparizione improvvisa e misteriosa, e vivendo della duplicità appena descritta, questa opera afferma la propria origine trattatistica nel momento stesso in cui sovverte questa sua radice storica in una elencazione intermittente dei segni fonda mentali dell'architettura moderna e in un empatico riepilogo dei processi compositivi attraverso i quali essa si costruisce.

Tuttavia non è nella perfetta tessitura compositiva, e neppure nella puntuale contestazione della apparente semplicità strutturale e testuale, che va ritrovato il senso più autentico della complessità architettonica che il Palazzo di Giustizia progressivamente rivela al di là della sua iniziale chiarezza.

Tale complessità risiede piuttosto nel valore che assume il fiore metallico nell'economia generale dell'opera.

La struttura in acciaio va interpretata come un'ideale preesistenza attorno alla quale è stato costruito l'edificio. La grande corolla in acciaio, che sembra trarre la propria energia dalla silenziosa penombra del giardino – una penombra in cui risuona qualcosa di sacro – è, più che la premessa, la ragione stessa dell'esistenza dell'edificio.

L'architetto

Giancarlo De Carlo è nato a Genova nel 1919 e morto a Milano nel 2005.

Professore ordinario all'istituto Universitario di Architettura di Venezia e alla Facoltà di Architettura di Genova; visiting professor presso la Yale University, il Massachusetts Institute of Technology, la University of California.

Dal 1952 al 1960 è stato membro del gruppo italiano del CIAM (Centro Internazionale di Architettura Moderna) e, dalla sua formazione, del Team X. Accademico Nazionale di San Luca.

Membro onorario dell'American Institute of Architects, dell'American Academy of Arts and Sciences, del Royal Institute of British Architects e del Bund Deutscher Architekten.

Cittadino onorario della città di Urbino, ha ricevuto dal sindaco le chiavi della città di Venezia nel 1999.

Ha conseguito numerosi premi: l'ultimo a Medaglia d'Oro per i Benemeriti della Cultura e dell'Arte conferito dal Presidente della Repubblica nel 2004.

Numerose anche le lauree honoris causa, di cui l'ultima in Urbanistica al Politecnico di Milano nel 2005. Ha fondato nel 1976 il Laboratorio Internazionale di Architeffura e Urbanisilca, ILA&UD.

È stato direttore della rivista di architettura "Spazio e Società" dal 1976 al 2000.

Ha pubblicato saggi e libri e ha realizzato le sue opere in molte città italiane.